
L’acquaforte scava i solchi sul metallo che ne porterà per sempre, indelebilmente i segni del suo passaggio.
Fotografia, incisione di una notte senza tempo, ammesso che il tempo esista, luce fragile di un mattino che domani non sarà qua. L’alba, il nostro orario migliore. Per morire, per finta, per davvero, tra il freddo soffocante del pile di una coperta che per me è stata sempre troppo corta e oggi non lascia più un solo angolo del mio petto scoperto. L’alba, per girare nudi per casa, una sigaretta in una mano ad aiutare l’innocua cugina della tisi e una tisana nell’altra per sconfiggerla. L’alba per guardare ancora una volta quel taglio che va dalla parte superiore del tuo organo olfattivo fino al primo neo sopra il tuo sopracciglio, quel frammento di te che fino dalla prima volta seppi che mi avrebbe reso innocuo. Nuovi rimedi antichi tramandati da un sapere più odierno di quanto non sembri e luce riflessa in quello sguardo a cui avevo giurato vendetta, senza misura, senza fine fino ad avere le mani sporche del sangue del tuo pentimento. Ed ora docile e deciso, recido con mano ferma quell’embrione di cancro che credevo mi sarei portato dentro fino ad uccidermi, fino ad ucciderci. Oggi i tuoi segni stanno nella mia adrenalina, tra le parole di una canzone che ci ha uniti alla sola idea di poterci credere.